C’era una volta… Lo sbarco (3)

Scritto da in Racconti

Non si può aspettare Natale senza leggere una storia al sapore di zenzero, davanti al fuoco del camino. Come ormai da tradizione, Suppost-it ha scelto per voi un racconto natalizio da seguire a puntate. «Lo sbarco» è una storia inedita, nata dalla penna della mia amica Francesca Fornaciari che negli ultimi due anni  ha ascoltato tante storie di ragazze e giovani madri rifugiate. Quello che ha sentito rivive in questo racconto natalizio che, anche sotto l’albero, emoziona e fa pensare.
Ero semplicemente incredula. Il mare. Ero arrivata al mare: quanto lontano era da casa? Quale sarebbe stato il passo successivo? Sapevo che oltre al mare l’Africa finisce. Era finito tutto, anche il mio andare. Mi sarei dovuta buttare nell’acqua, e lasciarmi annegare. La gioiosa follia – dettata forse dal delirio delle febbri e della stanchezza era tale e tanta che forse lo avrei fatto, se non mi avessero strappato la borsa con i resti dei miei stracci di mano, mi avessero spinta su un peschereccio.
Quando lo realizzai ero incastrata. Incastrata nel mare e attorniata da un mare di persone. Non respiravo, non potevo muovermi. Il rumore del motore era assordante, la puzza invereconda. Appena il sole calò il peschereccio ondeggiando si mise in moto. Il mare era una pozza nera, non era limpido come quello in cui avevo immerso i piedi. Nessuna luce, nessun rumore. Eccetto il brusio bisbigliato di chi nel sonno parlava, di chi pregava, di chi, per la febbre, la stanchezza e la paura delirava.
Partii e mi lasciai inconsapevolmente tutto alle spalle. Non vedevo nulla, in quella notte il freddo mi ghiacciava le ossa come mai era successo. Cieca, in una realtà nera non illuminata da luci e stelle.
Il viaggio fu per me esperienza tormentata e drammatica, più passavano le ore e più realizzavo in che incertezza mi stavano trascinando quegli scafisti, e con me oltre un centinaio di altre persone. Molti venivano da paesi lontani, di cui conoscevo solo il nome, ma sono certa che i dubbi che offuscavano le nostre menti fossero in fondo gli stessi. E di me, che me ne stavo su quella barca mezza gelata ad aspettare di vivere o morire, ad aspettare il mio futuro senza nemmeno essere in grado di immaginarlo, non riesco ancora a dire.
Attraccammo sulle coste siciliane senza grandi problemi. Nessuno era morto durante la traversata, nessuno era caduto in quel mare nero magico e spaventoso. Nessuno bruciato dal carburante, nessuno soffocato dai piedi di altri passeggeri ammucchiati. Ricevemmo i primi soccorsi – ci diedero tè caldo, così diverso dal nostro, così dolciastro. Erano veri e propri angeli che con delle strane coperte dorate, termiche – le chiamavano – ci venivano incontro, risultando davvero ai miei occhi come apparizioni di salvezza.