C’era una volta… Lo sbarco (1)

Scritto da in Racconti

Non si può aspettare Natale senza leggere una storia al sapore di zenzero, davanti al fuoco del camino. Come ormai da tradizione, Suppost-it ha scelto per voi un racconto natalizio da seguire a puntate. «Lo sbarco» è una storia inedita, nata dalla penna della mia amica Francesca Fornaciari che negli ultimi due anni  ha ascoltato tante storie di ragazze e giovani madri rifugiate. Quello che ha sentito rivive in questo racconto natalizio che, anche sotto l’albero, emoziona e fa pensare.

Mi chiamo Fatima, ho 21 anni, e non avevo mai visto il mare, le conchiglie e il cielo ingrigito dallo smog.
Mi chiamo Fatima e sono nata tra Boma e Juba, la capitale del mio paese, il Sud Sudan.
Il mio è un piccolo villaggio, tanto piccolo che non saprei nemmeno disegnarlo sulla cartina. Forse nessuno, eccetto me, sa della sua esistenza; forse, tornassi, non saprei nemmeno ritrovarlo.
Lì ho salutato una famiglia numerosa quanto quella degli antichi patriarchi, il calore della sabbia che si lega fin su ai calcagni senza lasciarli più e un cielo tappezzato di stelle.
Non conoscevo le luci – le stelle per me erano le uniche. «Folle» – penserete – «Impossibile!», ma era reale. Non le avevo mai viste. Niente corrente elettrica nel villaggio che non conosce il mare. Quella c’era, la corrente elettrica – intendo – solo nella capitale, e io non mi ci ero nemmeno mai avvicinata nei miei 19 anni di vita.
Eppure quell’angolo dimenticato, circondato solo da foreste tropicali, quel cumulo di tetti, quel posto, a me piaceva: sapeva di casa.
Mi piaceva ripetere spesso la parola mare, era per me quasi una fissazione. MARE. Mare, già, nonostante non lo conoscessi… fatta eccezione che qualche fotografia sbiadita, portata dal vento; premurosamente la attaccavo nel muro più vicino alla branda che usavo per dormire.
Il rumore del mare, io me lo figuravo non come mi hanno insegnato a fare i figli della signora Carmela, posando l’orecchio sulle labbra delle conchiglie, ma chiudendo gli occhi e ascoltando il fruscio delle foglie. L’aria danzava. Non era, in fondo, simile alle onde? A tenere il tempo, luci che di artificiale non avevano nulla.
Nel dicembre di tre anni fa, mentre prendevo l’acqua alla pompa più vicina, cadde su di me la notizia che la guerra etnica stava impazzando. Destino o premonizione, ancora non sapevo cosa questo avrebbe comportato. Scoprii poi che qui, dove vivo ora, della guerra che inginocchia il mio popolo, non arriva che una flebile eco, opaca e lontana. Rimane tutto, senza un perché, nascosto.