Sconfinati: gioco di ruolo sugli sbarchi

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«Il mio nome è Matthew, vengo dall’Etiopia. Nel mio Paese ero un professore di liceo, insegnavo letteratura e scienze civiche. Credo molto nei valori della democrazia e ho cercato di insegnarli ai miei ragazzi, a scuola, ho parlato loro della corruzione del sistema politico, ho spiegato quali sono i diritti del cittadino. Per questa mia attività iniziano a minacciarmi di morte. Per questo ho deciso di scappare: in Etiopia lascio mia moglie e i miei tre figli.
Trovo delle persone che, per una grossa somma, mi promettono l’organizzazione del viaggio fino in Europa. Ma questi trafficanti, a un certo punto, mi affidano ad altri. Non so dove sono, chiedo informazioni ma nessuno mi risponde. Il mio gruppo viene diviso, alcuni compagni vengono affidati ad altri e al gruppo si aggiungono altre persone. A volte ci sono soste lunghe parecchi giorni, i mezzi sono scomodi, spesso cambiamo anche quelli.  Dopo alcuni mesi arriviamo al mare: siamo, dicono, sulle coste della Libia. Ci caricano in parecchie decine su un barcone». Inizia così la mia storia in «Sconfinati», il “gioco” di ruolo organizzato dalla Caritas ambrosiana a Fa’ la cosa giusta, dove l’associazione caritativa ha uno stand tutto suo nel quale propone di mettersi nei panni dei migranti. Per un quarto d’ora il visitatore assume l’identità di Matthew, della siriana Fatima piuttosto che di Marlene dal Congo, i quali per diversi motivi stanno scappando dal loro Paese. Muniti di passaporto e una piccola somma di denaro, ognuno deve provare a trattare con gli scafisti per assicurarsi la traversata nel Mediterraneo e salire sul barcone dove viene simulato il viaggio della speranza. Alla fine, quasi per caso o fortuna, alcuni muoiono, altri sopravvivono e si scontrano con la complessa (e spesso non chiara) burocrazia della richiesta d’asilo. Io nei panni di Matthew non ho superato il viaggio; ma per fortuna la sua storia (vera) si chiude con il lieto fine.