C’era una volta… La casa (2)

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La curiosità non gli apparteneva, l’azzardo sì. Avrebbe subito rimesso a posto la chiave, voleva solo sfatare le dicerie. Poi avrebbe comprato il salmone e i marron glacé e si sarebbe diretto nel suo bilocale. Si intrufolò nell’atrio, era uno stabile signorile con la griglia delle buchette in legno e il gabbiotto del portinaio in ferro battuto. Il portinaio mancava e mancavano i brusii. Non era per la neve, nemmeno dalle finestre venivano echi. Superò l’atrio ed entrò nel cortile interno: la Madonna occupava una nicchia di poeta nell’angolo. Alzò la testa alle finestre, spente tranne una, si schiacciò il cappello e prima di afferrare la statua fece il segno della croce. Trovò due chiavi sotto i piedi santi. Le arraffò e si diresse alla scala B dall’altra parte del cortile: la aprì. Si affrettò, un gradino alla volta, e due, aveva imparato a correre per imbarazzo, quando raggiunse il terzo piano aveva il fiatone. Si ritrovò davanti una porta scura con una targhetta vicino allo spioncino, Interno 6, e una ghirlanda di agrifoglio. C’era un campanello senza nome. Lo fissava. Si avvicinò per suonarlo, prese la chiave e mentre la infilava nella toppa vide che tremava. L’unica luce veniva da una candela consumata di un quarto. Mostrava un atrio minuscolo con tre porte chiuse. Le pareti dell’atrio erano coperte di libri, gli scaffali arrivavano fino al soffitto e ogni scaffale era stipato di volumi. Chiese permesso, prima senza voce, poi con un mormorio. Sentiva il tepore salire da terra e la neve sciogliersi sulle spalle. Accostò la porta e solo allora vide un biglietto appeso allo spioncino interno..”Lasci la casa il 26, entro le dieci del mattino. Buon Natale”. Si portava dietro questo modo di affrontare lo stupore, si irrigidiva, come quando aveva incontrato Manuela la prima volta alla lezione di storia contemporanea e aveva fatto la figura del manichino e quando aveva visto Matteo uscire dal ventre di sua madre e nel momento in cui aveva capito che qualcosa nel cuore di sua moglie si era incrinato. E adesso che apriva la prima porta di quell’atrio sconosciuto e trovava un bagno dal gusto antico, con un correndo di asciugamani nuovi e accanto a una vasca di rame fumante, e altre candele dall’odore di lavanda, si sentiva ugualmente confuso. Sfiorò il ripiano con i prodotti per la rasatura e un altro con i prodotti femminili, e olto altro che i suoi occhi non erano più abituati a contenere, come la seconda porta e la camera da letto con il piccolo baldacchino e i tessuti così morbidi e il giradischi con uno scaffale di vinili di musica classica. E ancora un’altra entrata, la cucina con il tavolo di legno chiaro riempito di una sacher e di una torta paradiso e di due panettoni e un pandoro, e il frigorifero con il vitello tonnato, le mostarde e il forno con molto altro che per ora aveva rinunciato a scoprire. E un Barolo e un rosé e un Franciacorta, e la Sambuca e il torrone morbido. E adesso che si avvicinava all’ultima porta sperò che ce ne fossero altre: perché il suo cuore  era contento. Così aprì e si trovò in salotto, il divano di velluto con tre plaid a scacchi e i cuscini, e la libreria sconfinata con i suoi Soldati e Buzzati e Bassani e gli americani che non aveva mai avuto il tempo di leggere. L’albero era nell’angolo, scintillava a singhiozzo, il presepe aveva un mulino che girava e versava acqua vera, fece due passi, passò introno a un tavolo di cristallo con dei Maigret impilati e un’insalatiera d’argento traboccante di cioccolatini e zenzero caramellato, chiuse gli occhi. Si sedette sul divano, piano, aveva ancora il cappotto. Si tolse il cappello, e sorrise.