C’era una volta… La casa (1)

Scritto da in Racconti

La storia-supposta di Natale dell’anno 2015 la prendo in prestito da Marco Missiroli che l’ha scritta in un libretto (che mi piace tanto) a cura di 10 scrittori milanesi dal titolo Natale in piazza Duomo (Interlinea, Novara 2013, pp. 53-58). Fa così.

La mattina della Vigilia uscì di casa per passeggiare. Abitava in un bilocale in piazzale Loreto da quattro ani, lo chiuse a doppia mandata e imboccò Corso Buenos Aires tra la gente vestita di carta da regalo. Indossava il cappotto e si era messo il cappello di feltro. Non metteva il cappello di feltro dall’ultima volta che aveva visto suo figlio. Nevicava da un’ora, quando arrivò a San Babila aveva le spalle bianche. Era il suo compleanno e per prima volta in cinquantadue anni si concesse di credere a una storiella che gli aveva raccontato un collega qualche tempo prima. Aveva saputo di questa strada, viale Anelli, dove la mattina della Vigilia qualcuno appendeva una chiave a un albero. Terzo platano del marciapiede destro, direzione centro storico. Era una chiave come tante, infilata in un chiodo come tanti, confusa da un ramoscello maldestro a metà corteccia. La chiave era lì per chi la volesse. Apriva il portone al civico 1, una volta entrati bisognava raggiungere il cortile interno. Lì c’era una nicchia con una Madonna in ceramica e sotto la Madonna altre due chiavi. Una apriva il portoncino della scala B, l’altra la porta dell’appartamento al terzo piano, interno 6. Era un appartamento curato, un salottino con un tavolo e un divano di velluto, una libreria fornita. Un bagnetto con la vasca e i sali profumati,  un cucinotto con del cibo buono. C’era anche una camera da letto con un materasso confortevole, le lenzuola nuove e tre coperte morbide. Chiunque prendesse la chiave dal platano poteva rimanere in quella casa fino alla mattina di Santo Stefano. Bisognava rispettare tre regole: stare nei tempi, non indagare su chi fosse il proprietario, l’ospitalità valeva per una persona. Percorse tutto corso Buenos Aires e quando arrivò in corso Venezia si fermò davanti alla rosticceria Leoni. I borghesi si accalcavano, così felici, e ordinavano gelatine e la mostarda e i vini per il cenone. Si disse che prima della chiusura avrebbe comprato del salmone affumicato e un formaggio alle spezie e del rosè, qualche marron glacé. Se li sarebbe fatti incartare e li avrebbe scartati quella sera mentre ascoltava la radi nel suo bilocale. Era il suo regalo di Natale. Poi si accorse di un bambino ai piedi di una vecchia, le stringeva il lembo della pelliccia e teneva in mano un pupazzo dell’uomo ragno. Avrà avuto sei anni, cercò l’attesa di Babbo Natale in quegli occhi e si ricordò quando metteva i regali sotto l’albero per il suo Mattero. Si aggiustò il cappello, alzò la testa al cielo che fioccava.

Varcò la piazza e non guardò mai il Duomo, tirò dritto mentre le scarpe annaspavano nella neve fresca. C’era lo stridore dei tram e i carillon dei negozi, si infilò in piazza Diaz e quando fu a Missori capì che avrebbe davvero proseguito in via Anelli. Ma prima, proprio all’entrata di via Maddalena, si bloccò. Guardò la strada, fece per allontanarsi, invece la prese. Camminava al muro, si fermò a metà per sbirciare un condominio con i mosaici, la finestra sopra il bancone padronale. Era accesa. Allungò il collo e appena si accorse di essere solo si mise in punta di piedi, una ballerina, dalla finestra si vedeva l’angolo di una credenza, forse un’ombra. Rimase così, finché sentì dei passi venire, fece dietrofront e si affrettò in corso di porta Romana. Si girò, un’ultima volta, verso la strada dei giorni felici. Era stato in via Anelli quando viveva ancora nel condominio con i mosaici. C’era una ferramenta e una sartoria con una vecchia appollaiata dietro il bancone, lui e Manuela avevano portato un montgomery da accorciare prima che nascesse Matteo. Passò davanti alla vetrina e vide che la vecchia era ancora lì, il plaid sulle ginocchia e la testa pendula Si distolse perché la neve gli finì sul visto, se la tolse ed ebbe paura di proseguire. Il marciapiedi doveva essere quello e il gruppo di platani gli ultimi in fondo. Non aveva mai creduto alle dicerie. Si incamminò lo stesso. Il terzo platano aveva la base del tronco imbiancata. Una coppia gli passò davanti, lui si rintanò contro un portone e appena seppe di essere solo si avvicinò. Alzò gli occhi e vide la chiave appesa tra due venature della corteccia. Restò immobile, un burattino appeso al niente. Si sporse, la prese, tornò contro il portone. La chiave era gelida e logora sui denti. Si girò intorno, c’era solo neve, attraversò la strada e si diresse al civico 12.